sabato 5 maggio 2012
Ahio?!
“Bastinado?” la domanda viene posta con il solito tono gentile ed educato, che però lascia sottintendere come unica risposta “Si, Padrone”. Anzi, una risposta inespressa, compresa però nello sdraiarsi sul divano, con i piedini sollevati, pronti a ricevere la giusta gragnuola di colpi col cane. D’altra parte, dopo la prima deludente esperienza, è innegabile che sia nato un amore sviscerato e viscerale per questa pratica. E allora via, si parta! La sottile bacchetta sibila fendendo l’aria e colpendo con attenzione e dolcezza, ma anche con la giusta (e sacrosanta) dose di forza, vieppiù crescente, le piante dei piedi. Inizia però, anche, a farsi spazio il dolore, crescente col crescere del ritmo dei colpi e della forza dei colpi stessi. Ma che problema c’è? E’ stata una scelta, la mia, ponderata con attenzione e consapevolezza, quindi silenzio e stringo i denti. L’attimo di pausa è un silenzioso invito a cambiare piede: è difficile portare correttamente i colpi su entrambi i piedi contemporaneamente, quindi un piede alla volta, ci mancherebbe anche!! Ma queste brevissime pause, se da un lato permettono di riprendere un po’ fiato, dall’altro sono semplicemente un espediente per aumentare il tormento. Non dimentichiamo che ormai stiamo in sessione da più di due ore, come spesso accade, e non siamo stati certo a guardarci nelle palle degli occhi, nemmeno quando si è trattato di accendere la candela. Il dolore inizia a farsi pungente, e la respirazione di conseguenza affannosa. Cerco quindi di controllare il respiro, senza però permettermi di perdere contatto coi colpi, sennò... sarebbe fatica sprecata, e che cavolo!! Ormai sono passati più di venti minuti, scanditi dal sibilo mordace del cane, in un’altalena di colpi e dolore. Un dolore che si è fatto sordo. Stringo i denti, ma l’esperienza mi fa presagire quello che so che sta per succedere tra pochi secondi. Stringo i denti ancora più forte, poi non riesco più, ormai sto avendo un crampo, il muscolo è stato sollecitato oltre misura e quindi non riesce più a smaltire le tossine, so che è una forma di protezione del corpo, che mi mette però in una penosa condizione: non vorrei, ma mi devo fermare, piegandomi letteralmente in due, vinto dal dolore al mio povero avambraccio, che stringo con l’altra mano per cercare di dare un po’ di sollievo. Intanto guardo la mia piccola slave, con gli occhi chiusi, un sorriso beato ed estatico a fior di labbra, che non essendosi accorta del motivo per cui ora mi sono fermato, fiduciosa cambia piede per continuare a prendere colpi e divertirsi. A questo punto mi lascio sfuggire una sorta di rauco muggito, per sfogare il male Ma non ero io, il sadico, tra noi due?!
